Gavioli Simona


Contatti :

www.spazioblue.it

www.myspace.com/simonagavioli  

I viaggi terminano, gli uomini muoiono le storie vengono dimenticate e le navi, pure quelle, in un modo o nell’altro se ne vanno. Così alla fine restano solamente i relitti. (Alberto Cavanna)

Da “Il relitto dentro di Noi”, Simona Gavioli, 2005.

Il “nostro relitto” viene preso in considerazione con caratteristiche ben definite che lo distinguono e lo separano da altri corpi-oggetti-installazioni-forme antropomorfe della realtà. In primo luogo è incagliato su un basso fondale, abbandonato all’ambiente senza alcun progetto di recupero, per diventare solitario padrone del paesaggio circostante. In secondo luogo subisce le vicissitudini delle condizioni atmosferiche che lo trasformano istante dopo instante, momento dopo momento, in un’entità sospesa tra il finito e l’indefinito, vita e morte unite insieme, sebbene alcuni lo vedano soltanto come inutile ammasso di ferraglia.In terzo luogo solca una linea del tempo dove diversi orologi da quello biologico a quello temporale segnano un tempo logico che si offre allo sguardo che indaga su di lui, pronto a cogliere il suo lancinante e silenzioso urlo che tocca la nostra dimensione interiore, aprendo squarci nella nostra coscienza di ieri, di oggi, di domani. In quarto luogo la dimensione, l’enormità della sua misura, il suo giganteggiare in un mare di giganti che fa sembrare ridotto e piccolo lo sguardo dell’occhio umano sulla terra. E per ultimo la sua natura estetica, in quanto metamorfosi in continuo divenire secondo un processo che affonda sì le sue radici nell’universo delle forze biologiche, ma che contemporaneamente le evade per affacciarsi alla sensibilità umana, l’unica eternizzante emotività capace di coniare l’arte dalla e nella natura stessa attraverso un suo sembiante con la sua riproduzione in una rappresentazione che lo fissa al di là del tempo: l’immagine o la fotografia. Durante il cammino della ricerca artistica s’incontrano fantasia, memoria, immaginazione, invenzione: sono le soste e il movimento del nostro sistema creativo. Ma occorre liberarsi dai "blocchi della comunicazione", compresi coloro che della cultura materiale e dei linguaggi creativi fanno (o faranno domani) un mestiere. Oltre a liberare se stessi, dovranno liberare la materia e lo sguardo, le forze e l'energia; solo così il relitto riaffiorato si apre al paesaggio, lo crea in una distesa di cielo e di mare. Quando i romantici guardavano con triste eccitazione le forze della natura sprigionarsi a poca distanza dalle proprie contrazioni dell’Io, la classicità appariva quale rovina del tempo. Dall’alto di una montagna o dal buio di una prigione (anche metafisica) il sublime si specchiava nello sfondamento dell’io, nella visione estatica e coraggiosa di un luogo al limite della natura. Analogamente, oggi tale sguardo si può posare sulla superficie interna ed esterna dei relitti, perché “i viaggi terminano, gli uomini muoiono, le storie vengono dimenticate e le navi, pure quelle… in un modo o nell’altro se ne vanno. Così alla fine restano solamente i relitti” . Dunque il relitto è la dimensione del rimosso sia dell’individuo biologico che lascia tracce e testimonianze sulla soglia dell’esistenza individuale, sia di una collettività che non può dimenticare di vivere in un paesaggio solo apparentemente storico e geografico, meridiani e paralleli possono far emergere un’isola del giorno prima, il tempo allora che misuriamo con la vita rispetto allo spazio diventa “istantaneo”, resto e relitto di Natura più che millenaria. O solo buia illuminazione...