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![]() ![]() Galeano Raimondo Contatti : www.myspace.com/raimondogaleano La poetica di Galeano nasce da un lungo lavoro d’apprendistato presso pittori famosi come Angeli o Schifano. La sua idea d’arte si può affermare che sia nata nella vita di tutti i giorni, nel fascino e nel rispetto di un ragazzo verso dei maestri che insegnavano non solo a diventare pittori, ma anche ad affrontare l’arte senza inutili orpelli, senza fantasmagoriche prese di posizioni intellettuali. Galeano quindi come artista nasce nel segno dell’icona, dell’immagine memorabile che appartiene a tutti e non è quindi di nessuno. Il suo lavoro sui miti, da Totò (ed è stato il primo a dipingerlo alla fine degli anni ’80) fino agli stessi artisti da cui ha “rubato” qualcosa come Festa o Rotella, è terso e senza sbavature. I miti risplendono nella notte del tempo, sono stelle che non muoiono mai anche se possono nel tempo diventare opache, non essere più brillanti come una volta. Allora l’idea del cosmo, di una pittura che si diffonde ovunque nello spazio notturno così libero di pensieri e aperto alle sensazioni, si coniuga perfettamente con la tecnica. Quando nell’ottobre del 1990 Galeano ha fondato il Gruppo Agravitazionale con artisti come Giovanni D’Agostino, Omar Aprile Ronda, Peter Borman, Vito Bucciarelli e altri, è stato proprio per dare coerenza ad una poetica centrata su di un’arte subordinata alla luce e allo spazio. I quadri luminosi li aveva già presentati l’anno prima dalla Severi a Bologna e poi da Soligo a Roma, ma certamente l’esperienza di gruppo , chiusa con la terza mostra di Ferrara nel 1991, dava un senso collettivo a questa nuova poetica e cercava di affermare un indirizzo artistico. La tecnica di dipingere con un colore luminescente, dava la certezza che il quadro o l’installazione vivesse una doppia vita diurna e notturna. Come ad affermare che la sua vera natura viene fuori al buio, che la stessa condizione d’esistenza del lavoro consiste nel non potersi apprezzare di giorno, in piena luce. Il quadro diventa oppositivo rispetto alle condizioni normalizzate dell’arte tradizionale, assomma le qualità della rappresentazione alla negazione del suo presupposto fondamentale: la luce. Certo è che anche il colore luminescente ha bisogno della luce per assorbire energia: ma la sua possibilità d’esistenza sta proprio nel contrasto con l’assenza di una fonte luminosa. Concettualmente si tratta di invertire il rapporto tra l’arte e la sua condizione fondamentale. Raimondo Galeano non ha voluto però ricorrere all’artificialità della fonte luminosa autonoma, all’energia elettrica che in ogni modo crea uno stato di dipendenza dell’opera dalla tecnologia (seppur semplice come in questo caso). Il lumen, il colore che lui adopera abitualmente, è e resta pittura. Non bisogna andare a cercare le risposte in altri luoghi, è la pittura che può andare oltre i propri limiti proprio a partire da se stessa. Per questo il rapporto con la pittura “diurna” diventa doppiamente oppositivo: primo perché se ne invertono le condizioni di fruizione; secondo perché la pittura non vive per la luce ma vive con essa. Quello che accade è che la condizione necessaria è fatta propria dalla tecnica, l’artista in altre parole opera concettualmente facendo diventare una soluzione quello che è un problema. Il buio normalmente annulla la percezione: in questo caso la rende possibile. E questa inversione fa sì che il fondamento della visibilità dell’opera diventa il principio attivo della tecnica artistica. La pittura notturna di Galeano parte quindi da questa posizione poetica per spingersi a ricercare tra il buio e il cosmo le similitudini che solo superficialmente conosciamo. Credo che il punto di tangenza principale sia proprio nel senso d’energia che si coglie in queste circostanze: è come porsi davanti ad una notte stellata, ad un’infinita Notte di San Lorenzo con la sempre attesa pioggia di stelle. L’artista coglie questo momento di magia e di contemplazione appena solcato da quella solitudine che ci sorprende nei confronti dell’Infinito, di ciò che il pensiero non può ricondurre a concetto consueto se non addirittura ad un’abitudine. Forza e spazialità indefinita trovano così una rappresentazione anche formalmente raccolta. La pittura sceglie poi tra le innumerevoli potenzialità di rappresentazione proprio i miti, dello spettacolo, dell’arte o della cultura. E i miti brillano nel firmamento. L’incontro con un altro artista, Franca Cattani, si concretizza nel 1997 in un lavoro comune che dà vita alla elaborazione spaziale della “Stanza di Van Gogh ad Arles”, installazione che viene esposta per la prima volta alla Galleria G7 di Bologna, dove i due artisti operano congiuntamente in una trasposizione in chiave tridimensionale del celebre quadro di Van Gogh, creando una connessione tra l’installazione visiva a piena luce e lo spazio virtuale immerso nel buio. Da questa esperienza ha origine una sinergia che porta Galeano e la Cattani a partecipare a numerosi eventi, fino alla fine del 2001. L’immagine latente che compare con lo spegnersi della luce è memoria, traccia luminosa del passaggio del mondo. Diventa un universo di proiezioni in cui ogni spettatore porta qualcosa, carica l’immagine di una sua propria energia. Vi è l’interattività basica della pittura, ma anche questa dimensione del buio come schermo ancestrale per l’apparizione di progetti, desideri, sentimenti nascosti. La latenza della figurazione richiama, soprattutto in tempi in cui nell’arte domina la video art, il rimosso della pittura, la sua persistenza al di sotto dello scorrere apparente della realtà. Ma buio, energia, luce sono dominanti che nulla hanno a che fare con le idee correnti e si pongono nell’atemporalità del cielo e delle stelle che lo attraversano immobili. Valerio Dehò Documenti scaricabili:
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